Contributi

 

 

Giovedì 10 agosto 2017 alle ore 21.15 in piazza IV novembre di Monforte San Giorgio avrà luogo il “Premio San Giorgio" giunto quest’anno alla diciannovesima edizione.

La serata sarà dedicata a Enzo Spurio scomparso improvvisamente il 2 marzo a soli 41 anni che con la sua attività e generosità contribuiva a rendere vitale Monforte. Il massimo riconoscimento andrà a Giuseppe Gullo (nella foto allegata), oncologo di rilievo internazionale, apprezzato musicista, protagonista a Monforte nel campo culturale nella sua qualità di Governatore dell’Arciconfraternita di Gesù e Maria.

Nel corso della stessa serata saranno attribuiti anche dei premi speciali: a Paolo Lombardo per la disponibilità e l'impegno sociale, a Salvatore Trio, alla memoria, per meriti sportivi, a Giovanni Visone autore del libro “Un solo obiettivo … Il Mondo” e a padre Pippo Insana per i 50 anni di sacerdozio a servizio di Dio e dell'uomo.

Anche quest’anno saranno consegnati significativi riconoscimenti "ad maiora": a Salvatore Carpinelli, Sara Gangemi, Agnese Polito, Fabrizio Previti, Gabriele Zullo che hanno ottenuto il voto di "10/10” agli esami di licenza media, a Sara Casella che ha superato l'esame di Licenza di Scuola media superiore con 100/100 e a quanti, nel corso dell'anno, hanno conseguito la laurea (Federica Battaglia, Antonio Cannistrà, Mariachiara Gerbino, Angelica Giordano, Angela Mauro, Antonio Saccà, Francesco Sframeli e Giusy Trovato).

Per il 19esimo anno consecutivo condurrà la serata Guglielmo Scoglio.

Il responsabile tecnico della Cyber Nicola Cannistrà predisporrà le strutture necessarie alla trasmissione della serata via internet e alla ricezione di email che monfortesi lontani volessero inviare.

Modalità di collegamento:  http://www.monfortesi.it/premiosangiorgio
Chat Skype "monfortesi" - Per le email: scrivere aThis email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. . 

 

 

 Monforte San Giorgio (Me), 28 luglio 2017 – Ricordare il compleanno di una persona significa festeggiare la sua esistenza, ma ricordare l'anniversario di sacerdozio di un parroco, specie se ha svolto la missione pastorale con continuità nello stesso centro, vuol dire celebrare e festeggiare l'esistenza dell'intero centro.

Arciprete DoniaQuesto è quanto ha fatto la comunità di Monforte San Giorgio festeggiando i 41 anni di sacerdozio del proprio parroco, l'Arciprete don Giuseppe Donia (nella foto), che ha servito in tutti questi anni la parrocchia con attenzione e sensibilità alle persone ed ai loro bisogni senza discriminazioni di sorta e ha cercato di conservare le secolari tradizioni cittadine attualizzandole e richiamandone lo spirito autentico e i significati religiosi che ne sono alla base.

La comunità cristiana di Monforte San Giorgio in questa occasione si è stretta attorno al suo pastore per ringraziarlo per l'attento lavoro pastorale svolto in tutti questi anni e per lodare Dio del dono di questo sacerdote.

Padre Donia, nato a Monforte San Giorgio nel 1950, a soli nove anni entrò nel seminario di Santa Lucia del Mela, sollecitato dal rettore don Raffaele Insana, pure lui di Monforte; proseguì poi negli studi con regolarità e profitto fino a quando, il 24 luglio 1976, l'Arcivescovo di Messina, mons. Fasola in Cattedrale lo ordinò sacerdote. Padre Pippo, così è chiamato affettuosamente dai monfortesi, ebbe una lineare e serena preparazione al sacerdozio grazie soprattutto ai genitori che dalla lontana Svizzera, dove erano emigrati, lo seguirono con affetto, in particolare la madre che, pur rimasta vedova, provvide a sostenere economicamente i suoi studi.

Novello sacerdote dall'Arcivescovo fu nominato vicario collaboratore della parrocchia di Monforte retta allora dall'anziano don Francesco Marzo verso il quale padre Pippo nutrì sempre un amore filiale accompagnandolo fino alla morte avvenuta il 17 novembre 1990. Per incarico del parroco padre Pippo curò con successo la pastorale giovanile, la catechesi e la preparazione ai sacramenti. La differenza di età, di temperamento, i cambiamenti pastorali, specie quelli introdotti dal Concilio Ecumenico Vaticano II, non furono di ostacolo alla realizzazione di una forte e concorde azione pastorale nell'interesse del Paese.

I 14 anni di servizio come Vicario lo prepararono pienamente all'assunzione della responsabilità della Parrocchia nella quale in questi 41 anni ha potuto esprimere tutte le sue capacità organizzative e ministeriali tanto che in questi giorni unanime è stato l'apprezzamento per la sua azione pastorale e particolarmente per aver saputo sostenere un coeso ed impegnato Gruppo di Azione Cattolica e le confraternite, coinvolgendole nelle attività programmate. Ammirevole la trasparenza dei bilanci parrocchiali e la disponibilità a fornire attrezzature e locali per tutte le iniziative che fanno crescere il Paese, da chiunque promosse.

Anche la Cyber Community esprime a don Giuseppe Donia viva gratitudine per il sostegno e incoraggiamento che le ha sempre fornito e l'augurio che possa continuare per tanti anni con lo stesso entusiasmo la sua azione pastorale a favore della comunità monfortese.

Guglielmo Scoglio

 

 

 

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO IN OCCASIONE DEL CONFERIMENTO DEL PREMIO CARLO MAGNO

Venerdì, 6 maggio 2016

Illustri Ospiti,

                  vi porgo il mio cordiale benvenuto e vi ringrazio per la vostra presenza. Sono grato in particolare ai Signori Marcel Philipp, Jürgen Linden, Martin Schulz, Jean-Claude Juncker e Donald Tusk per le loro cortesi parole. Desidero ribadire la mia intenzione di offrire il prestigioso Premio, di cui vengo onorato, per l’Europa: non compiamo infatti un gesto celebrativo; cogliamo piuttosto l’occasione per auspicare insieme uno slancio nuovo e coraggioso per questo amato Continente.

La creatività, l’ingegno, la capacità di rialzarsi e di uscire dai propri limiti appartengono all’anima dell’Europa. Nel secolo scorso, essa ha testimoniato all’umanità che un nuovo inizio era possibile: dopo anni di tragici scontri, culminati nella guerra più terribile che si ricordi, è sorta, con la grazia di Dio, una novità senza precedenti nella storia. Le ceneri delle macerie non poterono estinguere la speranza e la ricerca dell’altro, che arsero nel cuore dei Padri fondatori del progetto europeo. Essi gettarono le fondamenta di un baluardo di pace, di un edificio costruito da Stati che non si sono uniti per imposizione, ma per la libera scelta del bene comune, rinunciando per sempre a fronteggiarsi. L’Europa, dopo tante divisioni, ritrovò finalmente sé stessa e iniziò a edificare la sua casa.

Questa «famiglia di popoli»[1], lodevolmente diventata nel frattempo più ampia, in tempi recenti sembra sentire meno proprie le mura della casa comune, talvolta innalzate scostandosi dall’illuminato progetto architettato dai Padri. Quell’atmosfera di novità, quell’ardente desiderio di costruire l’unità paiono sempre più spenti; noi figli di quel sogno siamo tentati di cedere ai nostri egoismi, guardando al proprio utile e pensando di costruire recinti particolari. Tuttavia, sono convinto che la rassegnazione e la stanchezza non appartengono all’anima dell’Europa e che anche «le difficoltà possono diventare promotrici potenti di unità»[2].

Nel Parlamento europeo mi sono permesso di parlare di Europa nonna. Dicevo agli Eurodeputati che da diverse parti cresceva l’impressione generale di un’Europa stanca e invecchiata, non fertile e vitale, dove i grandi ideali che hanno ispirato l’Europa sembrano aver perso forza attrattiva; un’Europa decaduta che sembra abbia perso la sua capacità generatrice e creatrice. Un’Europa tentata di voler assicurare e dominare spazi più che generare processi di inclusione e trasformazione; un’Europa che si va “trincerando” invece di privilegiare azioni che promuovano nuovi dinamismi nella società; dinamismi capaci di coinvolgere e mettere in movimento tutti gli attori sociali (gruppi e persone) nella ricerca di nuove soluzioni ai problemi attuali, che portino frutto in importanti avvenimenti storici; un’Europa che lungi dal proteggere spazi si renda madre generatrice di processi (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 223).

Che cosa ti è successo, Europa umanistica, paladina dei diritti dell’uomo, della democrazia e della libertà? Che cosa ti è successo, Europa terra di poeti, filosofi, artisti, musicisti, letterati? Che cosa ti è successo, Europa madre di popoli e nazioni, madre di grandi uomini e donne che hanno saputo difendere e dare la vita per la dignità dei loro fratelli?

Lo scrittore Elie Wiesel, sopravvissuto ai campi di sterminio nazisti, diceva che oggi è capitale realizzare una “trasfusione di memoria”. E’ necessario “fare memoria”, prendere un po’ di distanza dal presente per ascoltare la voce dei nostri antenati. La memoria non solo ci permetterà di non commettere gli stessi errori del passato (cfr Esort. ap. Evangelii gaudium, 108), ma ci darà accesso a quelle acquisizioni che hanno aiutato i nostri popoli ad attraversare positivamente gli incroci storici che andavano incontrando. La trasfusione della memoria ci libera da quella tendenza attuale spesso più attraente di fabbricare in fretta sulle sabbie mobili dei risultati immediati che potrebbero produrre «una rendita politica facile, rapida ed effimera, ma che non costruiscono la pienezza umana» (ibid., 224).

A tal fine ci farà bene evocare i Padri fondatori dell’Europa. Essi seppero cercare strade alternative, innovative in un contesto segnato dalle ferite della guerra. Essi ebbero l’audacia non solo di sognare l’idea di Europa, ma osarono trasformare radicalmente i modelli che provocavano soltanto violenza e distruzione. Osarono cercare soluzioni multilaterali ai problemi che poco a poco diventavano comuni.

Robert Schuman, in quello che molti riconoscono come l’atto di nascita della prima comunità europea, disse: «L’Europa non si farà in un colpo solo, né attraverso una costruzione d’insieme; essa si farà attraverso realizzazioni concrete, creanti anzitutto una solidarietà di fatto»[3]. Proprio ora, in questo nostro mondo dilaniato e ferito, occorre ritornare a quella solidarietà di fatto, alla stessa generosità concreta che seguì il secondo conflitto mondiale, perché – proseguiva Schuman – «la pace mondiale non potrà essere salvaguardata senza sforzi creatori che siano all’altezza dei pericoli che la minacciano»[4]. I progetti dei Padri fondatori, araldi della pace e profeti dell’avvenire, non sono superati: ispirano, oggi più che mai, a costruire ponti e abbattere muri. Sembrano esprimere un accorato invito a non accontentarsi di ritocchi cosmetici o di compromessi tortuosi per correggere qualche trattato, ma a porre coraggiosamente basi nuove, fortemente radicate;  come affermava Alcide De Gasperi, «tutti egualmente animati dalla preoccupazione del bene comune delle nostre patrie europee, della nostra Patria Europa», ricominciare, senza paura un «lavoro costruttivo che esige tutti i nostri sforzi di paziente e lunga cooperazione»[5].

Questa trasfusione della memoria ci permette di ispirarci al passato per affrontare con coraggio il complesso quadro multipolare dei nostri giorni, accettando con determinazione la sfida di “aggiornare” l’idea di Europa. Un’Europa capace di dare alla luce un nuovo umanesimo basato su tre capacità: la capacità di integrare, la capacità di dialogare e la capacità di generare.

Capacità di integrare

Erich Przywara, nella sua magnifica opera L’idea di Europa, ci sfida a pensare la città come un luogo di convivenza tra varie istanze e livelli. Egli conosceva quella tendenza riduzionistica che abita in ogni tentativo di pensare e sognare il tessuto sociale. La bellezza radicata in molte delle nostre città si deve al fatto che sono riuscite a conservare nel tempo le differenze di epoche, di nazioni, di stili, di visioni. Basta guardare l’inestimabile patrimonio culturale di Roma per confermare ancora una volta che la ricchezza e il valore di un popolo si radica proprio nel saper articolare tutti questi livelli in una sana convivenza. I riduzionismi e tutti gli intenti uniformanti, lungi dal generare valore, condannano i nostri popoli a una crudele povertà: quella dell’esclusione. E lungi dall’apportare grandezza, ricchezza e bellezza, l’esclusione provoca viltà, ristrettezza e brutalità. Lungi dal dare nobiltà allo spirito, gli apporta meschinità.

Le radici dei nostri popoli, le radici dell’Europa si andarono consolidando nel corso della sua storia imparando a integrare in sintesi sempre nuove le culture più diverse e senza apparente legame tra loro. L’identità europea è, ed è sempre stata, un’identità dinamica e multiculturale.

L’attività politica sa di avere tra le mani questo lavoro fondamentale e non rinviabile. Sappiamo che «il tutto è più delle parti, e anche della loro semplice somma», per cui si dovrà sempre lavorare per «allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 235). Siamo invitati a promuovere un’integrazione che trova nella solidarietà il modo in cui fare le cose, il modo in cui costruire la storia. Una solidarietà che non può mai essere confusa con l’elemosina, ma come generazione di opportunità perché tutti gli abitanti delle nostre città – e di tante altre città – possano sviluppare la loro vita con dignità. Il tempo ci sta insegnando che non basta il solo inserimento geografico delle persone, ma la sfida è una forte integrazione culturale.

In questo modo la comunità dei popoli europei potrà vincere la tentazione di ripiegarsi su paradigmi unilaterali e di avventurarsi in “colonizzazioni ideologiche”; riscoprirà piuttosto l’ampiezza dell’anima europea, nata dall’incontro di civiltà e popoli, più vasta degli attuali confini dell’Unione e chiamata a diventare modello di nuove sintesi e di dialogo. Il volto dell’Europa non si distingue infatti nel contrapporsi ad altri, ma nel portare impressi i tratti di varie culture e la bellezza di vincere le chiusure. Senza questa capacità di integrazione le parole pronunciate da Konrad Adenauer nel passato risuoneranno oggi come profezia di futuro: «Il futuro dell’Occidente non è tanto minacciato dalla tensione politica, quanto dal pericolo della massificazione, della uniformità del pensiero e del sentimento; in breve, da tutto il sistema di vita, dalla fuga dalla responsabilità, con l’unica preoccupazione per il proprio io»[6].

Capacità di dialogo

Se c’è una parola che dobbiamo ripetere fino a stancarci è questa: dialogo. Siamo invitati a promuovere una cultura del dialogo cercando con ogni mezzo di aprire istanze affinché questo sia possibile e ci permetta di ricostruire il tessuto sociale. La cultura del dialogo implica un autentico apprendistato, un’ascesi che ci aiuti a riconoscere l’altro come un interlocutore valido; che ci permetta di guardare lo straniero, il migrante, l’appartenente a un’altra cultura come un soggetto da ascoltare, considerato e apprezzato. E’ urgente per noi oggi coinvolgere tutti gli attori sociali nel promuovere «una cultura che privilegi il dialogo come forma di incontro», portando avanti «la ricerca di consenso e di accordi, senza però separarla dalla preoccupazione per una società giusta, capace di memoria e senza esclusioni» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 239). La pace sarà duratura nella misura in cui armiamo i nostri figli con le armi del dialogo, insegniamo loro la buona battaglia dell’incontro e della negoziazione. In tal modo potremo lasciare loro in eredità una cultura che sappia delineare strategie non di morte ma di vita, non di esclusione ma di integrazione.

Questa cultura del dialogo, che dovrebbe essere inserita in tutti i curriculi scolastici come asse trasversale delle discipline, aiuterà ad inculcare nelle giovani generazioni un modo di risolvere i conflitti diverso da quello a cui li stiamo abituando. Oggi ci urge poter realizzare “coalizioni” non più solamente militari o economiche ma culturali, educative, filosofiche, religiose. Coalizioni che mettano in evidenza che, dietro molti conflitti, è spesso in gioco il potere di gruppi economici. Coalizioni capaci di difendere il popolo dall’essere utilizzato per fini impropri. Armiamo la nostra gente con la cultura del dialogo e dell’incontro.

Capacità di generare

Il dialogo e tutto ciò che esso comporta ci ricorda che nessuno può limitarsi ad essere spettatore né mero osservatore. Tutti, dal più piccolo al più grande, sono parte attiva nella costruzione di una società integrata e riconciliata. Questa cultura è possibile se tutti partecipiamo alla sua elaborazione e costruzione. La situazione attuale non ammette meri osservatori di lotte altrui. Al contrario, è un forte appello alla responsabilità personale e sociale.

In questo senso i nostri giovani hanno un ruolo preponderante. Essi non sono il futuro dei nostri popoli, sono il presente; sono quelli che già oggi con i loro sogni, con la loro vita stanno forgiando lo spirito europeo. Non possiamo pensare il domani senza offrire loro una reale partecipazione come agenti di cambiamento e di trasformazione. Non possiamo immaginare l’Europa senza renderli partecipi e protagonisti di questo sogno.

Ultimamente ho riflettuto su questo aspetto e mi sono chiesto: come possiamo fare partecipi i nostri giovani di questa costruzione quando li priviamo di lavoro; di lavori degni che permettano loro di svilupparsi per mezzo delle loro mani, della loro intelligenza e delle loro energie? Come pretendiamo di riconoscere ad essi il valore di protagonisti, quando gli indici di disoccupazione e sottoccupazione di milioni di giovani europei sono in aumento? Come evitare di perdere i nostri giovani, che finiscono per andarsene altrove in cerca di ideali e senso di appartenenza perché qui, nella loro terra, non sappiamo offrire loro opportunità e valori?

«La giusta distribuzione dei frutti della terra e del lavoro umano non è mera filantropia. E’ un dovere morale».[7] Se vogliamo pensare le nostre società in un modo diverso, abbiamo bisogno di creare posti di lavoro dignitoso e ben remunerato, specialmente per i nostri giovani.

Ciò richiede la ricerca di nuovi modelli economici più inclusivi ed equi, non orientati al servizio di pochi, ma al beneficio della gente e della società. E questo ci chiede il passaggio da un’economia liquida a un’economia sociale. Penso ad esempio all’economia sociale di mercato, incoraggiata anche dai miei Predecessori (cfr Giovanni Paolo II, Discorso all’Ambasciatore della R.F. di Germania, 8 novembre 1990). Passare da un’economia che punta al reddito e al profitto in base alla speculazione e al prestito a interesse ad un’economia sociale che investa sulle persone creando posti di lavoro e qualificazione.

Dobbiamo passare da un’economia liquida, che tende a favorire la corruzione come mezzo per ottenere profitti, a un’economia sociale che garantisce l’accesso alla terra, al tetto per mezzo del lavoro come ambito in cui le persone e le comunità possano mettere in gioco «molte dimensioni della vita: la creatività, la proiezione nel futuro, lo sviluppo delle capacità, l’esercizio dei valori, la comunicazione con gli altri, un atteggiamento di adorazione. Perciò la realtà sociale del mondo di oggi, al di là degli interessi limitati delle imprese e di una discutibile razionalità economica, esige che “si continui a perseguire quale priorità l’obiettivo dell’accesso al lavoro […] per tutti”[8]» (Enc. Laudato si’, 127).

Se vogliamo mirare a un futuro che sia dignitoso, se vogliamo un futuro di pace per le nostre società, potremo raggiungerlo solamente puntando sulla vera inclusione: «quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».[9]Questo passaggio (da un’economia liquida a un’economia sociale) non solo darà nuove prospettive e opportunità concrete di integrazione e inclusione, ma ci aprirà nuovamente la capacità di sognare quell’umanesimo, di cui l’Europa è stata culla e sorgente.

Alla rinascita di un’Europa affaticata, ma ancora ricca di energie e di potenzialità, può e deve contribuire la Chiesa. Il suo compito coincide con la sua missione: l’annuncio del Vangelo, che oggi più che mai si traduce soprattutto nell’andare incontro alle ferite dell’uomo, portando la presenza forte e semplice di Gesù, la sua misericordia consolante e incoraggiante. Dio desidera abitare tra gli uomini, ma può farlo solo attraverso uomini e donne che, come i grandi evangelizzatori del continente, siano toccati da Lui e vivano il Vangelo, senza cercare altro. Solo una Chiesa ricca di testimoni potrà ridare l’acqua pura del Vangelo alle radici dell’Europa. In questo, il cammino dei cristiani verso la piena unità è un grande segno dei tempi, ma anche l’esigenza urgente di rispondere all’appello del Signore «perché tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21).

Con la mente e con il cuore, con speranza e senza vane nostalgie, come un figlio che ritrova nella madre Europa le sue radici di vita e di fede, sogno un nuovo umanesimo europeo, «un costante cammino di umanizzazione», cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia»[10]. Sogno un’Europa giovane, capace di essere ancora madre: una madre che abbia vita, perché rispetta la vita e offre speranze di vita. Sogno un’Europa che si prende cura del bambino, che soccorre come un fratello il povero e chi arriva in cerca di accoglienza perché non ha più nulla e chiede riparo. Sogno un’Europa che ascolta e valorizza le persone malate e anziane, perché non siano ridotte a improduttivi oggetti di scarto. Sogno un’Europa, in cui essere migrante non è delitto, bensì un invito ad un maggior impegno con la dignità di tutto l’essere umano. Sogno un’Europa dove i giovani respirano l’aria pulita dell’onestà, amano la bellezza della cultura e di una vita semplice, non inquinata dagli infiniti bisogni del consumismo; dove sposarsi e avere figli sono una responsabilità e una gioia grande, non un problema dato dalla mancanza di un lavoro sufficientemente stabile. Sogno un’Europa delle famiglie, con politiche veramente effettive, incentrate sui volti più che sui numeri, sulle nascite dei figli più che sull’aumento dei beni. Sogno un’Europa che promuove e tutela i diritti di ciascuno, senza dimenticare i doveri verso tutti. Sogno un’Europa di cui non si possa dire che il suo impegno per i diritti umani è stato la sua ultima utopia. Grazie.

 

[1] Discorso al Parlamento europeo, Strasburgo, 25 novembre 2014.

[2] Ibid.

[3] Dichiarazione del 9 Maggio 1950, Salon de l’Horloge, Quai d’Orsay, Parigi.

[4] Ibid.

[5] Discorso alla Conferenza Parlamentare Europea, Parigi, 21 aprile 1954.

[6] Discorso all'Assemblea degli artigiani tedeschi, Düsseldorf, 27 aprile 1952.

[7] Discurso a los movimientos populares en Bolivia, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015.

[8] Benedetto XVI, Lett. Enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 32: AAS 101 (2009), 666.

[9] Discurso a los movimientos populares en Bolivia, Santa Cruz de la Sierra, 9 luglio 2015.

[10] Discorso al Consiglio d'Europa, Strasburgo, 25 novembre 2014.

MONFORTE: IMPROVVISA SCOMPARSA DI ENZO SPURIO 

 

Monforte San Giorgio, 3 marzo 2017

Enzo Spurio Monforte San Giorgio ha perso ieri uno dei suoi giovani più conosciuti, amati e apprezzati. Improvvisamente per infarto fulminante è morto Enzo Spurio; aveva 41anni. La notizia della sua scomparsa in pochi minuti ha fatto letteralmente il giro del mondo lasciando increduli e costernati tutti. Era il titolare dell’emporio “Tutto per Tutti”, che aveva ereditato dal Padre, il compianto, indimenticabile Sig. Valerio, ma in realtà era un protagonista al servizio della collettività, una vera risorsa per il Paese.

 

Faceva parte dell’Azione Cattolica ed era in prima linea in tutte le iniziative da questa promosse. Era stato fondatore ed era animatore ed attore di punta della Compagnia teatrale “Gheorghios” e anche quest’anno in occasione del Carnevale aveva contribuito a mettere in scena una commedia, regalando una serata di spensieratezza alla piccola comunità monfortese, che puntualmente aveva risposto numerosa. Come per tutte le altre rappresentazioni prodotte dalla Compagnia, Enzo aveva previsto l'opzione "Guardatela da casa”: contava  di mettere la commedia  presto su “YouTube” per permetterne la visione anche ai Monfortesi che vivono lontano.

 

 

Enzo fotografo Era solito riprendere e trasmettere  in diretta i più significativi avvenimenti del Paese ed in particolare quelli religiosi. Di recente le sue riprese della Processione di Sant’Agata trasmesse su Facebook erano state molto visionate, avevano ricevuto molti “I like” e la gratitudine da parte di chi non aveva potuto partecipare all’evento.  

 


Come guida al “Presepe Vivente” ogni anno riscuoteva consensi: molti accorrevano a Monforte per ascoltare le sue meditate considerazioni religiose. Insuperabile la sua interpretazione di Ponzio Pilato nell’annuale “Via Crucis Vivente”.

 

 

Molto apprezzate erano le sue foto, i manifesti da lui prodotti erano belli sia per la composizione che per i colori, i fotomontaggi in cui metteva tutta la sua fantasia e la sua ironia coglievano nel segno.


In occasione della serata del “Premio San Giorgio”, che si tiene ogni anno a Monforte nel mese di agosto, il presentatore non mancava mai di sottolineare la sua gratitudine per avere Enzo come fotografo.

 

Enzo attoreEnzo amava molto Monforte: era preoccupato per il  declino del paese ma era fiducioso che le potenzialità turistiche potessero portarla ad un nuovo diverso sviluppo. Un sogno che con la sua scomparsa diventa più difficile da realizzare.

 

Grazie Enzo per quello che sei stato e per quello che hai fatto. I monfortesi che oggi si  uniscono al dolore della tua mamma Nicolina e di tua moglie, Maria Fiore , non potranno dimenticare quanto hai fatto per il Paese.
Riposa in pace.

 

Guglielmo Scoglio

 Solo tre borghi siciliani (Caltabellotta, Castelbuono, Troina) fanno parte dei “Borghi autentici d’Italia” (BAI, borghiautenticiditalia.it) ma credo che anche Monforte San Giorgio abbia i numeri per farne parte e per riuscire ad ottenere il prestigioso riconoscimento di Borgo Autentico Certificato.

Ottenere la "certificazione" è un fatto impegnativo essendo parte di un percorso di miglioramento della qualità della vita all'interno della comunità. La certificazione si otterrà solo alla fine di un percorso e sarà fornita da un apposito ente certificatore esterno, DEKRA (dekra.it). Il "Piano di miglioramento", documento approvato prima dalla Giunta e poi dal Consiglio comunale si realizza solo colla collaborazione della popolazione.
Le comunità interessate infatti dovranno sottostare a sei impegni:

  • - sostenibilità energetica e ambientale.
  • - diffusione e promozione della qualità urbana, per un'immagine più ordinata e coerente del borgo.
  • - promozione di una comunità coesa e solidale, con servizi di supporto mirati per le fasce sociali più deboli.
  • - tutela e valorizzazione del paesaggio e della biodiversità, per salvaguardare le produzioni tipiche locali e l'ambiente naturale.
  • - valorizzazione del patrimonio culturale e della sua fruizione.
  • - adesione al progetto di Comunità Ospitale, per trasformare il Comune in una destinazione turistica, culturale ambientale e produttiva di 
      qualità, aperta a visitatori che desiderano realizzare un'esperienza originale.

Ciò significa, spiega Maurizio Capelli, segretario generale di Borghi Autentici d'Italia, "far diventare il borgo, ma soprattuto la comunità, una destinazione, non solo dal punto di vista turistico, legato a una visita, o di svago, ma anche un luogo da scegliere per risiedere in modo definitivo o temporaneo".Perché questo sia possibile, aggiunge Capelli, "le persone devono poter apprezzare lo stile di vita incontrato, le emozioni: il borgo deve essere percepito come un luogo dove il visitatore può condividere  ed apprezzare il clima sociale, identitario, emozionale".

Borghi Autentici d'Italia cerca di interpretare il "concetto greco della ospitalità, dov'è ospite tanto colui che viene ospitato quanto colui che ospita. Declinare questo paradigma -spiega Capelli - "chiamare in causa la voglia di ospitare”. Gli ospiti potranno portarsi a casa il ricordo di un'esperienza umana, di un patrimonio culturale, di tradizioni artigianali, prodotti agroalimentari, paesaggio, biodiversità, momenti di socialità, feste, celebrazioni religiose, rituali del passato; tutte caratteristiche identitarie attraverso i quali il viaggiatore è divenuto parte della comunità locale anche se per pochi giorni.

Chi scrive è convinto che l’adesione all’Associazione “Borghi autentici d’Italia” potrebbe rappresentare l’inizio di un cammino virtuoso e potrebbe convincere buona parte della popolazione monfortese a convergere verso obiettivi comuni.

Il paese se lo merita!

Guglielmo Scoglio