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Educatore, Oratore, Poeta, Teologo, Drammaturgo.



Frontespizio della Ratio del 1591, quella stesa da Tuccio di cui ci sono rimaste pochissime copie: dopo l’uscita dell’edizione definitiva nel 1599 furono infatti bruciati tutti gli esemplari delle edizioni precedenti.


Il gesuita padre Stefano Tuccio, educatore, oratore, poeta, teologo, drammaturgo, nacque in Sicilia a Monforte, oggi Monforte San Giorgio, nel 1540. Uomo poliedrico e versatile, Tuccio lascia una impronta sicura nella storia delle istituzioni scolastiche e accademiche e nel teatro della seconda metà del Cinquecento. Entrò nella Compagnia di Gesù nel 1557, a diciassette anni su sollecitazione del gesuita spagnolo padre Ludovico di Ungrìa del Collegio Mamertino di Messina che per “consiglio dei medici e dei superiori” era stato mandato “ad un certo castello […] chiamato volgarmente Monforte, per ricuperare la sanità”.
I motivi della scelta del nostro paese da parte dei Gesuiti furono tre: la vicinanza di Monforte da Messina (gli scritti dell’epoca ci dicono che i due centri distavano diciotto miglia), l’amenità e la salubrità del luogo e l’ospitalità che era stata offerta a padre Ludovico da un sacerdote molto per bene e affezionatissimo alla Compagnia di nome Antonio. Questi avrebbe voluto chiedere di entrare nei Gesuiti ma si era trattenuto dal farlo poiché credeva non sarebbe stato accettato a causa dell’età. Il soggiorno di padre di Ungrìa a Monforte fu molto efficace sia per la sua salute, poiché tornò a Messina perfettamente guarito “per la Iddio gratia et per la bontà de l'aria” di Monforte, sia per la sua missione apostolica realizzata solamente con l’esempio e le conversazioni private in quanto il suo stato di salute non gli permetteva né di predicare né di confessare. In una lettera di un gesuita del 7 ottobre 1577 si legge che padre di Ungrìa per motivi di salute aveva avuto il permesso dai superiori solo di leggere per alcuni “quarti de hora ma questo pocho ha fatto tanto frutto, che é maraueglia percioché più di 30 sacerdoti col stesso archipreste si son ritrouati sempre ogni giorno alla sua lettione; della quale tanto ne restano satisfatti, che sarà piu difficile a farlo ritornar in Messina, che non fu a mandarlo là. La cosa è andata tanto inanti, che altro non desidera hor mai quella buona gente, che hauer vn colleggio de i nostri, doue che ui fussero per fin ad 8 o 10 persone. Per la qual cosa la citta s'offerisce a dar cento scudi, et altri tanti quello sacerdote col quale habita il nostro Padre” .
Durante il soggiorno monfortese padre di Ungrìa aveva spiegato perciò la morale ai preti locali ed era così riuscito con “colloquii honesti et buoni costumi, il che alli huomini pii et alli angeli molto piace” a far sì che quattro monfortesi entrassero nel collegio Mamertino. Erano Angelo Scibilia di venticinque anni, Oliviero Cuminale di ventuno, Stefano Tuccio di diciassette e Nicolò Pollicino di diciannove anni. Il primo era già sacerdote e, pur non essendo molto istruito, era stato ricevuto per la “perfecttione de suoi costumi”. Tuccio era giudicato il più brillante e ”in lettere humane molto instrutto”, mentre gli altri due pur giudicati mediocremente introdotti in tali studi, facevano ben sperare. In una lettera scritta da un padre gesuita si legge “finalmete Monforte hauendo riceuto uno delli nostri Padri, et quello amalato, doppo alcuni giorni ci l'ha reso sano insieme con quattro compagni”.
Tuccio entrò così nel Collegio Mamertino, frequentato soprattutto da giovani provenienti da famiglie nobili o della buona borghesia urbana, nel gennaio del 1558. Gli insegnamenti previsti, frequentati insieme dagli studenti dell’ordine e da quelli esterni erano grammatica, umanità e retorica (arte del persuadere). Inoltre esistevano ripetizioni quotidiane, composizioni in versi e in prosa e dispute settimanali. Il diciottenne Tuccio, partiva con una solida base culturale in umanità e retorica tanto che il rettore dell’epoca, padre Pantaleone Rodinò, aveva rilevato la sua “bona habilità nelle lettere” ma lo aveva definito “nella presenza e nel parlare un poco rustico”. Per questa sua rusticitas Tuccio fu ritenuto da diversi suoi biografi di umili natali. Tra quelli che sono convinti delle sue umili origini troviamo Giorgio Calogero. Altri studiosi invece ritengono potesse appartenere alla facoltosa famiglia Tuccio che diede a Monforte notai, giurati e giudici. A supporto di questa seconda tesi essi ricordano che, al momento dell’ingresso nella Compagnia, Tuccio possedeva una buona cultura nelle lettere e questo avrebbe, a loro avviso, comportato una famiglia benestante alle spalle. Quali che siano state le origini della sua famiglia, chi può aver curato la sua formazione? Penso sia stato l’anziano sacerdote Antonino amico di padre di Ungrìa. Altra ipotesi, a mio avviso, meno valida, è che il giovane avesse frequentato da esterno le scuole gesuitiche a Messina e che durante il soggiorno di padre di Ungrìa avesse maturato la scelta di completare la propria formazione da interno.
Tuccio nel primo periodo del suo soggiorno nel Collegio dei Gesuiti si impegnò particolarmente nello studio della lingua greca, ebraica e nell’approfondimento della retorica e durante il suo noviziato rese evidenti le sue capacità intellettuali e il suo spirito di sacrificio. Ma appena dieci mesi dopo il suo ingresso nella Compagnia fu trasferito a Palermo. In quella sede rimase per tre anni e fu utilizzato come insegnante di umanità nella seconda, terza e quarta classe. Mentre era a Palermo, nell’estate del 1561 espresse il desiderio di recarsi in India come missionario, ma non fu accontentato. Fece ritorno invece a Messina presso il collegio Mamertino dove rimase per nove anni consecutivi. Furono quelli gli anni in cui Tuccio sviluppò la sua attività di drammaturgo: scrisse e rappresentò tra il 1562 e il 1569 sei tragedie in lingua latina, tre di argomento biblico: Nabucodhonosor, opera perduta, Goliath, Juditha, e tre sulla vita di Cristo: Christus Nascens, Christus Patiens, Christus Judex. Quest’ultima, conosciuta anche col titolo De ultimo Dei iudicio, è la sua opera più riuscita, quella in cui Tuccio dimostrò particolari doti di regista oltre che di drammaturgo. La rappresentazione di quest’opera, con un prologo diverso e altre varianti, fu ripetuta a Roma presso il Collegio germanico il 23 febbraio 1574 alla presenza di numerosi cardinali e di molti nobili tra cui Marcantonio Colonna, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto. Successivamente la tragedia fu tradotta in diverse lingue e rappresentata in tutta Europa fino alla fine del secolo successivo (nel 1673 a Roma e a Monaco nel 1697). Tra le traduzioni, Giorgio Calogero ricorda quelle in lingua polacca, tedesca e serbo-croata.
Voglio qui ricordare che uno dei meriti dei gesuiti messinesi del XVI secolo fu quello di aver riscoperto attraverso il teatro la memoria normanna legata alla conquista della Sicilia ad opera del Conte Ruggero. Tra le tragedie storiche vi è la Messana liberata, scritta da un autore di cui si conoscono solo le iniziali P. P. e rappresentata nel 1594. Nel V atto veniva messo in scena l’ingresso del conte Ruggero a Messina e il corteo processionale con il vescovo e lo stendardo della città. La riproposizione in forma leggendaria del mito normanno era molto sentita dalla popolazione che aveva subito le scorrerie dei pirati mussulmani sulle coste siciliane e che aveva visuto un periodo di maggior sicurezza solo dopo la battaglia navale di Lepanto (1571). Questo mi fa pensare che possano essere stati proprio i Gesuiti monfortesi a riprendere la memoria della liberazione del Paese da parte del Gran Conte e a tramandarne il ricordo per mezzo della Katabba, concerto di tamburo e campane che ricorda la varie fasi di quello storico avvenimento.
Proprio a Messina Tuccio nel dicembre del 1566 fu ordinato sacerdote.
Poi nel dicembre del 1571 lo troviamo a Palermo a svolgere il compito di precettore del figlio del viceré, don Fernando Dávalos. Ogni giorno per il suo lavoro si recava a Palazzo che definiva in una lettera “spaventosamente caldo”. A Palermo iniziò in buona parte da autodidatta lo studio della filosofia e della teologia giungendo in quest’ultima disciplina ad una preparazione tale da poter dare lezioni private agli studenti interni; fu inoltre confessore e predicatore. Ma padre Tuccio, pur ammettendo di aver accumulato una cultura notevole, non era contento della sua preparazione teologica tanto da richiedere di essere trasferito a Roma, al Collegio romano. Ottenne il desiderato trasferimento nell’autunno del 1572 dopo due lettere al Vicario generale padre Nadal in cui lamentava di “essere sempre stato sepolto in Sicilia”. A Roma Tuccio si distinse per ingegno e memoria prodigiosa che gli permetteva di imparare le nozioni senza prendere appunti; frequentò con diligenza le biblioteche ed ebbe rapporti con i massimi esponenti della cultura teologica e filosofica. Ma il soggiorno romano si limitò al tempo necessario a completare i suoi studi teologici e a conseguire il titolo di dottore in filosofia e teologia. Nell’estate del 1574 fu forse inviato a Milano per insegnare teologia in sostituzione di padre Roberto Bellarmino e successivamente dal dicembre 1575 insegnò a Padova teologia dommatica nel locale collegio. In quella città padre Tuccio fu molto apprezzato tanto che gli allievi trascrissero le sue lezioni, giudicate «magni partus ingenii» e le pubblicarono a sua insaputa in un lavoro perduto, il Tractatus de Trinitate.
Non altrettanto riuscì a accontentare i superiori. Il periodo padovano fu per Tuccio il peggiore della sua vita soprattutto per i difficili rapporti col Padre provinciale e con il Rettore. Pur ammettendo una sua “rusticità di costumi” considerava con sofferenza “quanto pocho è stata reconosciuta tutta la mia pocha fatica, alla quale non ho mai sparagneto per niun modo che mi sia stato proposto”; mai mi è stato detto “orsù mi piace quel che avete fatto!”. Afferma perciò: ho “preso per rimedio starme retirato a far il fatto mio” infatti “procurando io di fare l’officio mio, et riverire li superiori in tutto quel che m’ordinano, et avendo provato che non li soddisfo, anzi conversando con loro o mi fuggono o mi danno a vedere et sentire, donde prenda occasione d’inquietarmi, non vedo che obbligo ci sia a più stringermi con loro”. Anche con l’alimentazione a Padova si trovò molto male per cui patì “molta fame”. Scrive infatti “Io benché per grazia del Signore mangio tutte le cose che mi sono date, pure quando s’acconciano molte liquide o peste, come qui si costumano, mi fanno stomacho et le lascio“. Abbiamo testimonianza di un episodio che lo fece soffrire nella città del Santo. Era stato incaricato della predica in Duomo in occasione della quadragesima ma non aveva avuto il tempo “né di comporla né di recitarla”. Questo lavoro fatto in fretta gli procurò tanta ansia che non riusciva a dormire gran parte della notte e successivamente per il “mancamento di dormire per tanti dì, ne sono restato col capo così debole e svanito, che ogni pocho di studio m’offende: onde bisogna che me n’astenga”.
Finalmente nel giugno 1577 fu inviato a Loreto come insegnante di Teologia morale (casi di coscienza). In tale sede fu apprezzato come teologo moralista tanto che effettuò anche consulenze esterne presso eccellenti personalità.
Finalmente nell’ottobre 1579 venne trasferito a Roma, ambiente intellettualmente vivo e culturalmente stimolante dove Tuccio sperava che la sua cultura e la sua spiritualità sarebbero state apprezzate. Rimase a Roma, fino alla sua morte a parte alcuni brevi periodi in cui soggiornò a Frascati e al Tuscolo per riflettere e studiare in piena tranquillità. A Roma insegnò teologia scolastica presso il Collegio Romano per tre anni, fino al 1583, anno in cui il generale padre Claudio Acquaviva lo chiamò, unico italiano, a far parte dei gruppo dei sei gesuiti incaricati di redigere la Ratio atque institutio studiorum Societatis Iesu cioè il testo che fissava l’insieme delle norme che regolavano la vita e l'attività pedagogica in ogni tipo di scuola che la Compagnia andava organizzando in Europa, in Asia e in America. Tale commissione in cui uomo di fiducia del generale e praticamente presidente era il padre Tuccio, iniziò i suoi lavori l’otto dicembre 1583 e nell’agosto del 1584 presentò due trattati, uno riguardante l’organizzazione delle scuole della Compagnia e un altro sulle opinioni da difendere. I testi furono stampati ed inviati a tutte le Province per ottenere correzioni e aggiunte.
Una commissione ristretta di tre gesuiti, Tuccio, Azor e Gonzalves avvalendosi anche delle osservazioni delle varie sedi periferiche, stese la Ratio del 1586 e successivamente quella del 1591. Tuccio in questo periodo fu anche rettore della Penitenzieria e incaricato di esaminare e risolvere “casi di coscienza”. Nel 1592 si ritirò a Frascati. Era stato colpito da malattia che si rivelerà lunga e dolorosa: un tumore alla testa che in cinque anni crebbe sempre più tanto che alla fine non poteva mangiare, bere e neppure aprire la bocca.
Prossimo alla fine fu trasportato a Roma, al Collegio romano dove morì il 21 gennaio del 1597. Alla sua morte Clemente VIII affermò “dunque è morto il santo” e le persone che assistevano al suo funerale, confermando questo giudizio, cercarono in tutti i modi di portarsi via qualche sua reliquia.
L’edizione definitiva della Ratio si ebbe dopo la sua morte, nel 1599. Tuccio poté contribuire poco a all’ultima stesura a causa della malattia ma vi partecipò padre Brunelli, già collaboratore di Tuccio per cui anche la stesura definitiva conserva la sua impronta.

La persona e il carattere

Emmanuele Aguilera, così definisce l’aspetto fisico di Tuccio: "statura bassissima, colore bruno, faccia smisurata, aspetto fisico un po’ rozzo, voce sgradevole, idioma affatto barbaro e disadorno".
Circa il suo carattere, Tuccio, come egli stesso confermava aveva natura malinconica e “molto ritirata”. Non amava la mondanità e le conversazioni; queste non soltanto non gli piacevano, ma addirittura lo infastidivano, gli facevano venire il mal di testa specie “certe speculationi del tutto aride e metaphisiche”. Aveva tuttavia paura che questo suo comportamento venisse interpretato come superbia. Era modesto e umile tanto da definirsi “uno che camina tanto semplice, anzi alla grossa”; era schietto e lucido, privo di servilismo o adulazione, anche se questo gli costatava difficoltà di rapporti con i superiori, ma era rispettoso e obbediente verso di loro. Sicuramente un difetto doveva averlo: era un po’ permaloso. Nel lavoro era tenace e non temeva la fatica ma tendeva ad essere perfezionista ed aveva bisogno di tempo: non gli piacevano le cose fatte in fretta. Dimostrava tutto l’impegno possibile nelle attività di cui era incaricato ma desiderava che la sua opera e il suo forte impegno fossero riconosciuti e apprezzati. Per quanto riguarda il suo stato di salute, le informazioni che possediamo sono contraddittorie; egli dice di essere di fisico alquanto robusto tanto che vorrebbe andare missionario in India, ma afferma poi di non sopportare il caldo e il freddo, di non riuscire a mangiare certi cibi e parla di febbri, come quella che lo colpì a Palermo per due mesi a causa del caldo soffocante patito nel palazzo del viceré, febbre che lo lasciò “indisposto e fiacco”. Tuccio inoltre aveva bisogno di dormire parecchio altrimenti tutto il dì stava “balordo”. Moralmente era molto rigido; si sottoponeva a ore di preghiera e a dure penitenze, privazioni e flagellazioni.

Tuccio drammaturgo

Stefano Tuccio è autore di numerose opere teatrali:
- Nabucodhonosor,
- Goliath,
- Juditha,
- Christus Nascens,
- Christus Patiens,
- Christus Judex.
Quest’ultimo dramma conosciuto anche col titolo De ultimo Dei iudicio, è la sua opera più riuscita, in cui dimostra particolari doti di regista oltre che di drammaturgo. La rappresentazione di quest’opera con un prologo diverso e altre varianti, fu ripetuta a Roma presso il Collegio germanico, il 23 febbraio 1574, alla presenza di numerosi cardinali e di molti nobili tra cui Marcantonio Colonna, uno dei protagonisti della battaglia di Lepanto. Successivamente la tragedia fu tradotta in diverse lingue e rappresentata in tutta Europa fino alla fine del secolo successivo (1673 a Roma e a Monaco nel 1697). Tra le traduzioni in lingue estere, Giorgio Calogero ricorda quelle in lingua polacca, tedesca e serbo-croata. Il teatro nell’ambito degli studi gesuitici aveva un’importante funzione poiché addestrava il fanciullo all’oratoria, al dialogo, all’esposizione in modo convincente di argomenti religiosi. L’allievo giungeva alla disputatio esercitata nell’azione teatrale dopo la recitatio di una poesia e la declamatio di un’orazione da lui composta. Per quanto riguarda la finalità del teatro nei riguardi dello spettatore, essa era essenzialmente pedagogica, aveva il compito di liberare lo spettatore dal peccato suscitando il terrore della dannazione.

Tuccio oratore

Durante il soggiorno romano padre Tuccio fu chiamato a pronunciare tre orazioni: la prima nel 1579 quando papa Gregorio XIII, visitando tutti i collegi di Roma, si recò al Collegio romano, la seconda quando lo stesso pontefice il 28 ottobre 1584 si recò a benedire il nuovo edificio del Collegio romano e l’ultima pronunciata nella Basilica di San Pietro il 17 aprile 1585 in occasione della morte del papa. Le tre orazioni avevano intento agiografico, ma la seconda e la terza anche intenzioni di lotta conto le eresie diffuse da Lutero, Calvino, Zuinglio. Questi, secondo Tuccio, cercavano di spegnere la luce di verità della parola divina portando la tenebra dell’errore. Pronunciò altri due discorsi, uno sulla passione di Cristo il Venerdì santo del 1583 alla presenza di Gregorio XIII e l’altro sul medesimo argomento nel 1586 alla presenza di Sisto V.
Tuccio teologo

Tuccio , come Bellarmino e Suarez, suoi colleghi a Padova e Roma, rivela profonda conoscenza teologica, acume intellettivo e visione formativa nel rispetto delle formulazioni del Concilio di Trento.
Afferma padre Giorgianni a proposito del trattato sulla Predestinazione: “ La lezione del Tuccio, puntualizzando per un verso con chiarezza e insistenza la radice ultima degli ostacoli ad una soddisfacente soluzione razionale del problema e sostenendo per altro verso a qualunque costo, nell’ambito, s’intende, della ortodossia cattolica, la responsabilità delle scelte individuali, conserva una sua incontestabile attualità”
Scritti storici, biblici, teologici di Tuccio

Padre Tuccio è autore di numerosi scritti storici, biblici e teologici:
- Cronologia sive Annales omnium regnorum a prima hominum memoria ad Neronis usque principatum.
- Disputatio de Praedestinatione
- Disputationes adversus nostri temporis atheistas
- De Matrimonio infedelium
- Disputationes variae de theologicis philosophicisque rebus quae in controversia versantur
- De Trinitate
- De Incarnatione Verbi Dei
- Declaratio tabulae de divisione scientiarum


I rapporti con Monforte

Gli unici accenni certi al nostro paese vengono espressi da Tuccio in una lettera inviata da Messina il 1° maggio 1563 in cui riferisce che il padre Padre Gio. Philippo Cassino con un altro fratello era stato mandato a predicare ad “una terra chiamata Monforte, discosta da Messina 18 miglia nella quale con l'esempio della buona vita, prediche, confessioni, esortazioni aveva prodotto con la grazia del Signore molto frutto. E tutta quella gente era rimasta tanto affezionata alla Compagnia, che dall’hora in qua fano grandissima istantia acciò si dia principio in quella terra a un collegio della Compagnia”. 

Monforte, secondo Tuccio, “quantunche sia povera è però di buon aere et vicina a questa città [Messina] et a molte altre terre convicine et ha già offerto casa et alcuna somma d'intrada per sostentationi de i nostri et molti particolari. Pe'l desiderio che questa opera venga a effetto tengo della sua povertà vogliono contribuire et aiutare, parendo loro che'l manchamento dell'abundantia temporale si compensaria molto più frutuosamente co'l cibo spirituale che dal nostro collegio haveranno”. Mi sembra una dichiarazione di affetto notevole verso il nostro paese e di riconoscimento della generosità della popolazione. Non abbiamo altre testimonianze dirette ma è possibile supporre che Tuccio, il quale nelle sue opere drammatiche dà ampio spazio alla vergine Maria, sia stato educato al culto della Vergine che tra i Monfortesi del tempo era esercitato pregando davanti alla Madonna col Bambino del Polittico di Antonello de Saliba, presente fin dal 1530 nella Chiesa Madre di Monforte. Certamente Tuccio si ispirò alla sua Monforte nel rappresentare gli ambienti agresti di due suoi drammi, la Juditha e del Christus Nascens.

Bibliografia

E. Aguilera, Provinciae Siculae Societatis Jesu ortus et res gestae, tomo I (1546-1611), Panormi, Felicella, 1737
G. Calogero, Stefano Tuccio poeta drammatico latino del secolo XVI, Monforte 1919 (II ed., Pisa, 1925)
G. Giorgianni, Stefano Tuccio, (1540-1597) . Il pensiero del teologo monfortese sulla predestinazione dall’esame di un suo trattato inedito con la ricostruzione critica della sua biografia , Messina, 1989
M. Saulini, Tredici lettere inedite del P. Stefano Tuccio, S.J. (1540-1597), in “Archivum Historicum Societatis Iesu” , LXVIII-135 (enero-junio 1999), pp. 47-77.
M. Saulini, Il teatro di un gesuita siciliano. Stefano Tuccio s. j., Roma, Bulzoni, 2002.
M. Saulini ( a cura di), Padre Stefano Tuccio S. J. Un gesuita tra la Sicilia e Roma nell’epoca della Controriforma, Giammoro, 2008
M. Scaduto, Catalogo dei Gesuiti d’Italia (1540 – 1565), Roma, 1968
M. Scaduto, L’epoca di Giacomo Lainez (1556-1565) , L’azione, Roma, 1974
Litterae Quadrimestres


Appendice

LA RATIO STUDIORUM
La Ratio atque Institutio Studiorum Societatis Iesu era un manuale ad uso dei professori e dirigenti dei Collegi gesuitici per aiutarli nell'attività giornaliera; conteneva regole e direttive pratiche per la direzione del Collegio, la formazione e la distribuzione dei professori, i programmi, i metodi di insegnamento. Con questo strumento i Collegi dei Gesuiti sparsi in tutto il mondo ebbero dei principi pedagogici comuni basati sulle esperienze già maturate e da aggiornare continuamente. Fu questo il primo sistema educativo fondato sull'esperienza e sullo scambio di opinioni che il mondo abbia conosciuto.
I Gesuiti avevano dedicato fin dalla loro fondazione molto del loro impegno all'educazione dei giovani. Alla morte di S. Ignazio (1556) funzionavano già trentacinque collegi gesuitici e il numero aumentò molto rapidamente. Diventava perciò necessario stendere un documento che chiarisse ed uniformasse i principi fondamentali dell'organizzazione e della didattica. In vista dell'elaborazione del documento che aveva come base di partenza la Regola del Collegio Romano, il Generale Claudio Acquaviva nominò una commissione internazionale perché raccogliesse le concrete esperienze maturate nei diversi collegi e promuovesse uno scambio di idee. La Commissione era costituita dal siciliano Stefano Tuccio, dallo spagnolo Giovanni Azor, dal francese Iacopo Tyrie, dal portoghese Gaspare Gonzalves, dall’olandese Pietro Buys e dal tedesco Antonino Ghuse.
Essi, partendo dalle esperienze maturate nelle diverse parti del mondo pubblicarono un primo documento nel 1586; esso venne ampiamente diffuso perché venisse letto e restituito con commenti e correzioni. Le numerose proposte di emendamenti furono consegnate dal Generale ai Padri Tuccio, Azor e Gonzalves. Sulla base dei numerosi contributi il documento fu ampiamente modificato come appare nella redazione del 1591. A questa fase dei lavori contribuì in modo notevole Stefano Tuccio. La pubblicazione definitiva, dopo altri apporti e correzioni, ebbe luogo l'8 gennaio 1599, dopo la morte di Stefano Tuccio (avvenuta il 27 gennaio del 1597). Tuccio, che aveva contribuito in maniera decisiva alle fasi precedenti poté collaborare poco a quest’ultima stesura a causa della sua malattia ma vi partecipò padre Girolamo Brunelli, già suo collaboratore per cui anche la stesura definitiva conserva l’impronta del pensiero del nostro compaesano.
La Ratio del 1599 fu successivamente modificata più volte ma parecchi suoi principi e regole furono conservati e mantengono tuttora la loro validità. Essa ha avuto molta influenza sui sistemi scolastici, basti pensare che l'esame finale da essa previsto divenne Esame di Stato o di Maturità ed è presente in tutti i paesi che hanno risentito della didattica dei Gesuiti (Italia, Francia, Spagna, Germania). Lo scopo di tale esame è quello di far sì che fossero l’impegno scolastico e le qualità intellettuali e non la famiglia di appartenenza o le ricchezze, come avveniva in precedenza, a determinare il successo sociale.
Riportiamo un brano della Ratio del 1599 che sembra scritto oggi:
"Gli studenti devono scrivere in modo adeguato al livello di ciascuna classe, con chiarezza e con le parole e i costrutti prescritti dall'argomento. Le frasi scritte in modo ambiguo saranno considerate nel senso peggiore, le parole omesse o cambiate con leggerezza per evitare una difficoltà saranno considerate sbagliate.
Bisogna stare attenti a non comunicare con i compagni di banco: infatti se per caso si trovano due compiti simili o uguali bisogna sospettare di entrambi, non potendosi appurare chi dei due abbia copiato dall'altro.
Per evitare inganni, se per caso si è costretti a concedere a qualcuno il permesso di uscire dopo l'inizio della prova, costui deve lasciare quanto già scritto al prefetto o a colui il quale in quel momento sovrintende alla classe."
Quando la Compagnia di Gesù fu sciolta nel 1773, venne eliminata una rete di 845 istituzioni educative sparse in Europa, Americhe, Asia ed Africa. Ma quando nel 1814 Pio VII decise di reintegrare la Compagnia, uno dei motivi che lo convinsero nella sua decisione fu che così la Chiesa cattolica avrebbe potuto di nuovo godere della esperienza educativa dei Gesuiti.


Guglielmo Scoglio


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