Garibaldino

Nella foto, degli inizi del ’900 è ritratto Domenico Lo Gullo, in divisa di garibaldino e con la medaglia d’argento al valore, accanto al maestro Letterio Scoglio tra gli allievi della scuola elementare di Monforte (La pubblicazione della foto è stata gentilmente concessa dal proprietario avv. Letterio Scoglio)

In occasione del bicentenario della nascita di Giuseppe Garibaldi (4 luglio 2007) dedichiamo questa pagina al ricordo del garibaldino Domenico Lo Gullo che, come altri giovani siciliani subì il fascino dell’eroe dei due mondi e contribuì con altri nostri compaesani, fra i quali ricordiamo G. Impallomeni, V. Pavone, G. Cuminale, S. Giordano, alla causa dell’unità d’Italia.
Quando le navi partite da Quarto sbarcarono a Marsala 1089 volontari, Garibaldi, che li comandava, emanò questo proclama: "Siciliani, vi ho guidato una schiera di prodi accorsi al vostro eroico grido[...] Noi siamo con voi e non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti, l'opera sarà facile e breve. All'armi dunque! Chi non impugna un'arma, è un codardo o un traditore della Patria [...] La Sicilia insegnerà ancora una volta come si libera un paese dagli oppressori, colla potente volontà d'un popolo unito".
Allora un fremito d'entusiasmo sconvolse gli animi di molti giovani che accorsero a frotte, armati di vecchi fucili, ad accrescere le file garibaldine.
Anche Domenico Lo Gullo, allora studente a Messina sentì il fascino di quel proclama e lasciò il “Collegio dei Gentiluomini”, retto dai monaci cistercensi del convento di S. Nicolò, dove studiava assieme a nobili rampolli del Messinese.
Sui campi di Milazzo si schierò fra i combattenti con gli studenti che come lui avevano disertato la scuola, con i signori che avevano abbandonato i palazzi e le ville, con gli operai e contadini che avevano lasciato le loro normali occupazioni. A Corriolo, il 17 luglio 1860, ebbe il battesimo del fuoco e salvò la vita al suo maggiore Giuseppe Guerzoni che era sotto il tiro di un moschetto borbonico; gli fu assegnata una medaglia al valore. Tre giorni dopo prese parte alla battaglia di Milazzo, che ricordò poi ogni anno indossando, il 20 luglio, la camicia rossa.
Decise di continuare a seguire Garibaldi e di combattere per lui; sulle sponde del Volturno, il primo ottobre 1860 e poi all'assedio della fortezza di Gaeta rischiò ancora la vita. A Teano fu testimone di quella stretta di mano tra Vittorio Emanuele II e Garibaldi che simboleggiava l'accordo fra la libertà e la monarchia. A quel proposito il nostro compaesano asseriva, rettificando quanto riproduce una pittura, che i due illustri personaggi s'erano incontrati a piedi.
Sciolto l'esercito garibaldino con ordinanza reale del 12 novembre 1861, Lo Gullo tornò a Monforte fiero d'aver seguito i suoi ideali di unità d’Italia e di aver conquistato una medaglia d'argento al valore a cui era annessa una pensione. Ma, purtroppo, dice il prof. Calogero (1), fra i compaesani non incontrò che freddezza e ignoranza, non fu capito. A determinare questa freddezza contribuì una tinta di anticlericalismo, comune a quanti avevano favorito l'unità d'Italia, guardata con sospetto dalla Chiesa; anticlericalismo che tuttavia non gl'impedì di mantenersi sempre ossequiente alla Chiesa cattolica e di meritare l'amicizia di don Giovanni Scibilia, sacerdote che non transigeva sui principi della fede. Continuò a godere molta stima presso i suoi commilitoni tanto che il 20 luglio 1882, a Milazzo, ossia ventidue anni dopo la battaglia che lo vide tra i protagonisti, fu incaricato di pronunciare, quale rappresentante dei volontari siciliani, il discorso commemorativo di Garibaldi.
Riconoscendo i suoi meriti il Consiglio comunale di Monforte lo incaricò dell’insegnamento nelle scuole elementari del Paese; poté così trasmettere alle nuove generazioni monfortesi i grandi ideali del Risorgimento, illustrare le figure che avevano costruito la nostra Nazione e raccontare imprese memorande ad alcune delle quali era stato anche lui testimone e protagonista. A Monforte il maestro Lo Gullo fu il primo a gettare il seme di quelle idee di libertà e di patria, che dovevano maturare nelle nuove generazioni.
Nell'ottobre del 1909 si ammalò e il maestro Letterio Scoglio lo supplì nelle classi seconda e terza maschile, facendo lezione contemporaneamente nella quarta e quinta maschile. Il maestro Lo Gullo si spense il 13 gennaio 1910 alla età di 72 anni, dopo 47 di insegnamento (2). In punto di morte chiese ed ottenne di essere confessato da Sant’Annibale Maria di Francia che era stato suo compagno di scuola al “Collegio dei Gentiluomini”.
Chiudendo il suo volume Giorgio Calogero afferma rivolgendosi col pensiero a Lo Gullo: “.Riposa ora nella gloria, o nobile Maestro. Hai ben compiuto l'opera tua [...] lo ti rivedo vivo come nei giorni in cui, prolungando i nostri conversari al Rosario, tu mi parlavi di tolleranza per ogni fede e di Governo non ugualmente provvido pei figli delle Alpi e pei nati dell'Etna, i quali pure avevano combattuto valorosamente per dare all'Italia la gloria dei secoli nuovi[...]”.

Bibliografia


- Giorgio CALOGERO, Domenico Lo Gullo Garibaldino Commemorazione tenuta in Monforte San Giorgio il 20 luglio 1941, anniversario della battaglia di Milazzo, Roma, Scuola Tipografica Pio X, Via Etruschi, 7, 1942; I edizione 1941.
- Guglielmo SCOGLIO, Letterio Scoglio – Una vita per la scuola, Udine, 1984

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Per celebrare il centocinquantesimo anniversario della Spedizione dei Mille, episodio fondamentale del Risorgimento italiano, e anche la santità di San Annibale Maria di Francia, ripubblichiamo uno scritto di Nino Scoglio che illustra l’atteggiamento laico e anticlericale dei Garibaldini e l’efficacia della santità e della carità, che non lascia immune nessun cuore.


Erano stati compagni di scuola al collegio "San Nicola" di Messina. Ambedue primeggiavamo per intelligenza, bontà, generosità.
Una profonda, reciproca stima li univa. Poi imboccarono vie diverse, Annibale Maria Di Francia prese la via del sacerdozio, Domenico Gullo quella delle armi e poi dell'insegnamento.
Garibaldi ebbe Domenico con sé alla testa di altri giovanissimi "picciotti". E fu in quel periodo così fervido di sogni e di ideali che egli dimenticò le pratiche religiose apprese in collegio e divenne, se non ateo un "mangiapreti".
Con questa etichetta di "anticlericale" trascorse il resto della sua esistenza menando gran vanto della "camicia rossa" che aveva indossato negli anni verdi.
Rimase senz'altro coerente con i suoi principi laici se, ormai vecchio e vicino alla morte, rifiutò più volte il confessore.
Ma quando la religiosissima figlia (la moglie, infatti, gli era morta da tempo), amareggiata ma non rassegnata, gli disse che, se l'avesse voluto, avrebbe portato al suo capezzale il canonico Annibale Maria Di Francia, ogni resistenza cadde di colpo, gli occhi quasi spenti si illuminarono di una luce nuova: "chiamatelo presto", mormorò commosso.

E fu l'ex compagno di scuola, il pio e virtuoso Annibale Maria ad avviarlo, pacificato con sé e con Dio, dalle nostre brume alle luci dell'Eterno.
La santità, ancora una volta, aveva vinto.
Nino Scoglio