Padre Stefano Tuccio S. I.

Un gesuita tra la Sicilia e Roma nell’epoca della Controriforma

 

 

 

Sono stati  pubblicati nel febbraio 2008 per i tipi dell’Associazione culturale "Noialtri", gli atti del convegno di studi  su Padre Stefano Tuccio S. I. Un gesuita tra la Sicilia e Roma nell’epoca della Controriforma. Il Convegno, nato da un'idea di Giuseppe Gullo, organizzato dall’Amministrazione Comunale di Monforte San Giorgio e dalla Confraternita di Gesù e Maria con il patrocinio dell’Università di Messina, si era svolto a Monforte nei giorni 24- 25 agosto 2006 e aveva riunito i più accreditati studiosi del Gesuita monfortese provenienti dalle Università di Roma “La Sapienza”, di Palermo, di Messina e dall’Istituto Ignatianum pure di Messina. Tra di essi un ruolo di spicco ha avuto  Mirella Saulini che ha curato il pregevole volume di 150 pagine contenente le seguenti relazioni: Agrippino Pietrasanta S. J.: Saluto e presentazione di Stefano Tuccio; Franca Angelini: Il teatro dei Gesuiti nel teatro del Seicento; Michela Sacco Messineo: Il  teatro dei Gesuiti in Sicilia; Giovanni Isgrò: Gli esordi del teatro gesuitico in Sicilia: dal dialogo drammatico alla festa barocca;  Mirella Saulini: Elementi del tragico nel teatro del padre Stefano Tuccio S. J.; Leonardo Fuduli: La famiglia Tuccio nel territorio di Monforte tra Quattrocento e Cinquecento; Giuseppe Cannata: Archeologia della memoria. Paesaggi siciliani nel Cinquecento; Mirella Saulini: Padre Stefano Tuccio S. J. oratore a Roma; Rosario Moscheo: Radici siciliane e formazione filosofico- scientifica di Stefano Tuccio; Grazia Musolino: L’altare del SS. Sacramento della Chiesa Madre di Monforte San Giorgio: soluzioni iconografiche ed allegorie spirituali, riflessioni ed ipotesi su un possibile contributo di Stefano Tuccio.
Nell’introduzione la Saulini definisce Stefano Tuccio un uomo dalla personalità complessa e dalla cultura non soltanto teologica, vastissima, attivo in campi diversi, particolarmente nella predicazione  e  nell’insegnamento per cui non stupisce che sia stato scelto a pronunciare, il 17 aprile 1585, di fronte al Sacro Collegio dei Cardinali, l'orazione funebre per il Papa Gregorio XIII; precisa che fu drammaturgo tra i più significativi nell' ambito del teatro gesuitico: basti pensare al suo Christus Iudex,  un'opera più volte rappresentata, anche fuori d'Italia e sempre con grandissima partecipazione di pubblico.  La docente  ci ricorda che nel 1583 Tuccio fu chiamato dal Generale della Compagnia di Gesù, padre Claudio Acquaviva, a far parte della commissione internazionale dei padri incaricati di redigere la Ratio atque institutio studiorum S. J.. Nel corso del Convegno è stato ricordato il monfortese  padre Giuseppe Giorgianni,  il quale fu il primo a riprendere gli studi su Tuccio, dopo che Giorgio Calogero, anche lui di Monforte, nel 1919 aveva pubblicato una monografia sul gesuita.
La lettura  degli atti permette di conoscere i  nuovi studi  sulla personalità  di Tuccio, sugli ambienti che aveva frequentato, sulle opere teatrali, sulle orazioni  da lui scritte e sul suo apporto alla diffusione della cultura grazie ai suoi imponenti contributi alla stesura definitiva della Ratio studiorum.
Dalla lettura del volume si apprende  che Stefano Tuccio, nato a Monforte nel 1540, lo stesso anno in cui Ignazio de Loyola fondava la Compagnia di Gesù,  divenne  gesuita nel 1557, a 17 anni, assieme ad altri tre monfortesi, un giovane  ventenne  e due sacerdoti di età matura.  I  due giovani sono definiti negli atti della Compagna “in litere humane et molto più nelle virtù introdotti”, mentre dei sacerdoti si dice che “ benchè in litere siano poco prodotti sono però in bontà de vita sì santi che è peccato vivere fuora della religione”.  Il reclutamento dei quattro monfortesi fu fatto da padre Luis de Ungria, venuto a Monforte per curarsi  poiché il nostro paese  era particolarmente rinomato  per la sua aria salubre;  durante il suo soggiorno riuscì a infiammare il cuore di molta gente verso la Compagnia tra cui particolarmente i quattro che si fecero  gesuiti. Questa risposta generosa alla chiamata della Chiesa è stata sempre una costante di Monforte: il nostro paese anche in tempi recenti ha visto un fiorire di vocazioni religiose serie e motivate.
Tra le notizie interessanti, il volume ci ricorda  che in  tutto il secolo XVI, particolarmente nella seconda metà, le coste siciliane soffrirono delle razzie dei musulmani che trovarono un momento di pausa solo  dopo la vittoria della Santa Lega a Lepanto nel  1571. E Messina ebbe un notevole ruolo nel grande scontro navale essendosi radunate presso il suo porto, per ben due volte nello spazio di un mese, tutte le flotte  una volta  in partenza  e l’altra di ritorno. Il pericolo musulmano rendeva fortemente viva e attuale  la memoria  della liberazione della Sicilia dalla dominazione saracena operata dai Normanni e ad animare questo sentimento contribuirono i gesuiti con opere teatrali; ad esempio, nel 1594 fu rappresentata, ad opera di un gesuita anonimo, la tragedia  Messana liberata in cui tre nobili messinesi chiamano in aiuto Ruggero, ricorrente eroe dei drammi ambientati in periodo normanno, perché li difenda dai dominatori arabi che conculcano la popolazione messinese. Va riconosciuto, dunque, ai Gesuiti il ruolo di aver rilanciato attraverso il teatro, in forma epica e leggendaria la memoria normanna. Questo mi induce a pensare che  anche la tradizione della Katabba,  tuttora viva nel nostro paese  e che risale al periodo normanno, possa avere avuto uno sviluppo teatrale più articolato grazie all’apporto di uno dei  quattro gesuiti monfortesi, forse dello stesso Tuccio.
Una caratteristica legata al teatro di Tuccio  è quella di proporsi  obiettivi educativi.  Nelle sue tragedie il  morire non ha in sé nulla di tragico;  la morte cristiana non va allontanata ma va addirittura vissuta, dal momento che essa non è la fine, ma  un passaggio: gioioso, se apre le porte alla beatitudine, tragico se le apre alla dannazione. L’immagine del peccatore che muore e la parola che la accompagna ed evoca la punizione eterna serve a Tuccio per suscitare il terrore della dannazione.
Altro argomento  trattato nel volume riguarda il ceto sociale a cui apparteneva il gesuita; ci si chiede cioè se appartenesse alla famiglia di Ranerio Tuccio, giurato nel 1512 e nel 1513, di Federico nel 1531, di Ranerio giudice nel 1503, di Ranerio notaio nel 1550 o se invece le sue origini fossero umili come affermava Giorgio Calogero nel suo lavoro. Certo è che la “rozzezza” di Tuccio  rilevabile sia  nel fisico sia nel  modo stesso di esprimersi (nella presenza e nel parlare un poco rustico... ha bona habilità nelle lettere) che il rettore di Messina dell’epoca, Pantaleone Rodinò gli attribuisce,  può essere stata determinante  per  l’attribuzione di  una collocazione sociale nelle classi subalterne.
Per quanto riguarda l’altare del SS. Sacramento della Chiesa Madre di Monforte  un contributo interessante è offerto da Grazia Musolino che ritiene possibile che Tuccio abbia suggerito ai deputati e al rettore la particolare tipologia del complesso parietale legata ai temi eucaristici dell’altare tra cui la finitura policroma particolarmente accurata nel decoro a girali fitomorfi delle semicolonne, che include, per le implicazioni simboliche legate al tema della morte e della resurrezione, il piacevole bestiario formato da topi, corvi, civette, lumache, tartarughe  ecc. e le cinque scenette dipinte sulla trabeazione, alternate ad iscrizioni legate agli episodi del Vecchio Testamento tutte rigorosamente propedeutiche all'evento principale dell'Ultima Cena e al mistero dell'Eucarestia; esse comprendono l'episodio di Melchisedek (con copricapo a forma di mitra) che offre il pane e il calice di vino ad Abramo al cospetto dei soldati; l'ultima cena degli ebrei consumata prima di partire per la terra promessa; Mosè che nell'accampamento ordina la raccolta della manna; il ritorno degli esploratori da Canaan con appeso al bastone il grande grappolo d'uva; infine, Elia nel deserto mentre l'angelo gli porta da mangiare.

Il volume degli atti del Convegno ha il merito di riunire tutti gli studi più recenti sulla figura e l’opera di Stefano Tuccio per quanto riguarda i settori più importanti della sua attività. L’unica lacuna che mi sento di rilevare riguarda l’assenza di relazioni sulla teologia di padre Tuccio ed in particolare sulle sue posizioni nei confronti della predestinazione che il gesuita monfortese aveva espresso nella sua Disputatio de predestinatione. Mi auguro che questa lacuna possa essere colmata successivamente in un nuovo convegno sul nostro illustre concittadino.

Guglielmo Scoglio

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